Gli
usi e i costumi del popolo gitano illuminano di colore la settimana
dell'Haute couture capitolina.
Domenica 30 gennaio, piccoli focolai, caldarroste e pentole
tipiche della tradizione Rom hanno animato la serata al mattatoio
di Testaccio, dove Romeo Gigli ha reinterpretato abiti realizzati
da donne Rom.
Un lungo e scrupoloso lavoro di ricerca che ha coinvolto tre
sartorie Rom della capitale: le sarte Khorakhanè, le
sarte Rumrìa dei Rom abruzzesi e l'antica sartoria Rom.
Le sarte Khorakhanè vengono dal Kosovo e dalla Bosnia.
Il loro campo si trova vicino al Cinodromo, a pochi passi dalla
basilica di San Paolo. Le donne del gruppo prediligono stoffe
morbide. Il loro modello caratteristico è il "Dimije"
una sorta di gonna-pantalone con il cavallo molto basso, ma
è celebre anche il foulard che annodano in vari modi
sopra la testa.
Le sarte Rumrìa dei Rom abruzzesi oggi vivono a Roma.
Vengono dal Mandriane, una zona nota per il commercio dei cavalli.
Dalla loro sartoria escono capi dai colori vivaci, tendenti
al rosso che rievocano la tradizione dei gitani iberici.
L'antica sartoria Rom guidata da Alessandra Carmen Rocco è
un piccolo laboratorio che confeziona e vende abiti tradizionali
ispirati all'Ottocento. Le lavoranti sono ragazze Rom che provengono
dai campi nomadi di Roma.
Il risultato è una sfilata dai forti connotati emotivi
dove odori, colori e ballerine Rom hanno permesso al pubblico
dell'Alta Moda romana di vivere un'atmosfera irreale.
Romeo Gigli ha dato nuovamente prova del suo estro, rileggendo,
secondo la sua personale interpretazione la storia e l'estetica
del popolo Rom. |